CHIAMATE I RINFORZI (POSITIVI)

CHIAMATE I RINFORZI (POSITIVI)

Mi pare di ricordare che Freud abbia scritto da qualche parte che l’opera d’arte è creata due volte: quando l’artista la produce e quando l’osservatore ne fruisce. 

A condimento di questa romantica corrispondenza d’amorosi sensi, vorrei aggiungere che l’artista, invece, si ricrea due volte: quando qualcuno coglie la sua arte e, in seconda battuta, quando qualcuno gliela paga.

Intendiamoci, non deve essere quello lo slancio primario di un artista. Egli, infatti, si accende con la creatività, l’ispirazione e la poesia. 

Stupendo.

Poi però, a un certo punto, ha fame.

Quando ero piccolo e guardavo i divi di Hollywood in tv, mi chiedevo che cosa facessero una volta finito il film. Mia nonna, impegnata nel punto croce, decise un giorno di svelarmi l’arcano: “Andranno a mangiare”.

E meno male! Perché mi mancava questo passaggio in cui l’artista ridiventa un essere umano con gli stessi identici bisogni di qualunque altro essere umano.

Se è vero che le emozioni sono gli “ortaggi” degli artisti è pur vero che qualcuno deve preoccuparsi di procurare loro gli strumenti per cucinarli e, infine, tener conto che, a minestrone finito, c’è da passare in cassa per il conto.

Il paradosso dell’artista è proprio questo: è una specie di lavoratore dipendente ma a progetto. In altre parole, per continuare ad usare la metafora vegetale, raccoglie il cetriolo due volte. Sapete no? Che fine fa il cetriolo quando cade…

Cioè: l’artista è autonomo, in quanto possiede le risorse dentro di sé per creare e realizzare un progetto (un vaso, un quadro, una recita, una canzone, una sonata al chiaro di luna); è dipendente in quanto, se nessuno compra quel progetto, la sua arte ha un indubitabile valore sentimentale che tuttavia non si scambia con le mele al mercato (men che meno con un mutuo in banca).

Non sono ancora arrivato al punto.

Quanto detto finora è risaputo. Sono gli incerti del mestiere. Sono gli ostacoli calcolati. 

Il punto è che questa sottile favola dell’arte, questo scompenso che crea il bisogno e che lo risolve con la “musa di fuoco”, questa romantica opportunità del generoso mecenate che coglie il potenziale del tuo genio, si infrange come un mare di plastica su una spiaggia Hawaiana quando il mecenate in questione si dimentica o sottovaluta un momento tanto importante per l’artista quanto cogliere l’ispirazione tra le nuvole dei propri pensieri: il bonifico.

Possiamo riderci, possiamo arrenderci o… possiamo riflettere su cosa accade quando si presenta questa situazione.

L’artista che non riceve per tempo (sottolineo: PER TEMPO!) il compenso pattuito, riceve un cosiddetto “incentivo mancato” e comincia ad accantonare un’informazione deleteria, che io chiamerei “rinforzo”.

Il concetto di “rinforzo” deriva  dalla psicologia comportamentista. Alcuni studiosi, attraverso esperimenti sugli animali (spesso i cani), avevano notato che un determinato comportamento tende a ripetersi nel tempo se gli effetti sono positivi per il soggetto, mentre tende ad estinguersi in caso contrario, cioè se le conseguenze sono negative. Ciò che porta, quindi, ad un incremento del comportamento si definisce “rinforzo”. 

In poche parole, pensate al biscottino che si dà al cane quando ha fatto la capriola o è passato attraverso il cerchio. Quel biscottino è l’incentivo a perpetrare il comportamento virtuoso.

Allo stesso modo pensate a un ragazzino cui viene tolto un benefit (tipo il computer) perché non studia. Nel tempo potrebbe imparare a studiare per guadagnarsi la ricompensa dell’agio.

Ora spiegatemi il senso di togliere a un artista il benefit del compenso (dovuto peraltro) dopo aver svolto, magari egregiamente, il proprio lavoro.

Capite le conseguenze di questo meccanismo malato sulla mente di un artista? 

L’artista impara nel tempo che per il lavoro svolto non gli si deve nulla. 

O che, nella più rosea delle ipotesi, gli arriva il pagamento con comodo da imprese che immagino siano convinte che l’artista, nel frattempo, si prostituisca o spali la neve nei vialetti.

Per quale motivo dunque un artista dovrebbe percorrere una via virtuosa di pratica, auto-miglioramento, studio se questa poi porta al nulla?

Non capirò mai gli esseri umani in posizione di leadership di un’impresa artistica che sottovalutano l’ovvio incentivo dello stipendio; quelli che pagano quando possono; quelli che pagano quando gli va; quelli che pagano quando ce li hanno. Che ormai sono pressoché tutti. 

I mecenati virtuosi sono troppo pochi per cambiare la percezione della realtà. 

Dove stiamo pensando di andare esattamente? Quali saranno nel tempo le conseguenze di questo comportamento? 

Secondo me, e sta già accadendo, succederà che molti bravi artisti si arrenderanno a lavorare per imprese “meno artistiche” ma più puntuali; succederà che molti artisti di valore se ne andranno in altri paesi, spogliando di risorse il nostro; succederà che molti artisti si cercheranno lavori alternativi, più solidi finanziariamente, e faranno gli artisti a tempo perso e chi paga a spruzzi si sarà reso responsabile del soffocamento di preziosi aliti di vita.

Parlo a tutti coloro che si rivolgono agli artisti per “comprare” il loro tesoro: non sottovalutate il valore dell’incentivo, qualunque esso sia (a volte anche trattare un artista con umanità e non come se fosse un rompicoglioni, è un incentivo); la merce dell’artista è rara e sacra e va pagata o, almeno, barattata. Se non col denaro, con la cura. Con il rispetto. Con un “perdonami se ti sto facendo patire. Ti capisco e ti ringrazio per la pazienza”. 

Basta poco.

Poi, però, fate pure il bonifico.

Tutta colpa di Churchill

Introduzione sul percorso dell’artista contento.

“Sangue, lacrime e sudore”. L’ho sentito dire di ogni professione artistica. Il teatro è “sangue, lacrime e sudore”; la danza è “sangue, lacrime e sudore”; la scultura è “sangue, lacrime e sudore”.

Ho riflettuto spesso su quest’espressione e al culmine dei miei pensieri sanguinanti, lacrimati e sudati mi viene in mente un’altra espressione d’uso piuttosto comune: che palle!

Vogliamo dirlo tutti insieme? Uno, due e tre: che palle! Basta con questa visione sofferta dell’arte. Basta con la visione dell’artista bohemien, affranto perché non mangia, col volto solcato dalle rughe e dalla magrezza, con gli abiti neri e bianchi, che magari cammina scalzo per le vie di Parigi. 

Prima di tutto perché questa frase non c’entra niente con l’arte: è una frase di Churchill (che, peraltro, pare l’avesse copiata a Garibaldi che, pare l’avesse copiata a Cicerone); secondo, perché se penso a Michelangelo che scolpisce la Pietà penso che sì, sicuramente una scalpellata sulle nocche se la sarà data e sì, magari ci ha sudato sopra perché aveva vent’anni e a vent’anni si suda di più che a quaranta e sì, magari quando l’ha finita avrà pianto di gioia. Tuttavia non credo che mentre scolpiva una tale meraviglia, Michelangelo fosse triste. Te lo immagini Michelangelo un po’ depresso? “Scusate, devo scolpire per curare la mia tristezza”. E sarebbe venuto fuori quel capolavoro? Ma dài! 

No. Secondo me Mickey era proprio felice mentre scolpiva.

Non sto dicendo che non abbia avuto momenti bui nella propria vita ma siamo d’accordo nel dire che le giornatacce le abbiamo tutti.

L’atto creativo è un atto felice. Intendiamoci: c’è una quota di frustrazione, di insoddisfazione e di rabbia che a volte si installa nella pratica artistica senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ed è lì che casca l’asino d’oro! Quando facciamo diventare le emozioni sgradevoli il pretesto per lasciarci andare al pessimismo cosmico-pervasivo.

Perché le chiamo emozioni sgradevoli e non negative? Perché, secondo me, non esistono le emozioni negative. Le emozioni hanno tutte un motivo valido per esistere e un proprio sapore. Come il tea. Qualcuno lo trova sgradevole, ma raccontalo agli inglesi! Il tea può essere buono. Con un goccio di latte magari. Se è agrumato, come l’Earl Grey, ci sta bene anche il limone. Ma non me la sento di dire che il tea è cattivo. Il tea può essere buono.

Quand’è che diventiamo artisti scontenti? Quando lasciamo che il processo della pratica artistica, con le sue immancabili contraddizioni, pervada la nostra intera esistenza. La nostra vita diventa improvvisamente “mancanza”. Mancanza di soldi, di perfezione, di chi crede in noi, di legami stabili, di giustizia.

Eppure ci sono gli artisti contenti. Quali sono, guarda caso? Quelli che hanno seguito la via della contentezza, che hanno obbedito ai propri valori, come l’amore per il prossimo o per gli animali, il desiderio di una famiglia o, anche, la prosperità, perché no? 

L’arte ha bisogno di una bussola. Se ci orientiamo alla tristezza, all’impossibilità, alla rabbia, ci esponiamo costantemente alle emozioni sgradevoli. 

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei pres@ cura di te e non l’hai fatto pensando alla tua arte? Quando è stata l’ultima volta che ti sei interessat@ a coltivare un’attività che non ha niente a che fare con la tua arte? Soprattutto: pensi che allontanandoti un attimo dalla tua arte, qualcuno te la potrà nel frattempo sottrarre?

Se vuoi un matrimonio felice con la tua professione artistica, mollala ogni tanto e vivi. Perché la tua arte ti ama e non si aspetta che tu dia la vita per lei. La odierai se sacrifichi tutta la tua vita per lei e lei odierà te.

Il motivo per cui mi preoccupo per te, caro artista, è che sei stato tirato su in un mare magnum di convinzioni distorte (“sangue, lacrime e sudore” è solo la punta di un iceberg) e non ti biasimo se a volte giustifichi le tue sconfitte con l’idea che essere un artista è difficile. La buona notizia è che probabilmente la pensa così anche un dentista, o un avvocato o una casalinga. Soltanto che tu hai una funzione sociale molto delicata: mostrare agli altri quello che hanno bisogno di vedere e non possono vedere se non c’è un atto creativo di mezzo. Quindi, prima di tutto, devi conservarti autentico per poter dare un contributo che sia utile e ricordato. Oggi la società ha bisogno di artisti contenti, che siano in grado di produrre riflessioni sublimi sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, senza demonizzarli. Io farò del mio meglio per aiutarti a scollarti di dosso tutte le convinzioni che ti condizionano, smontandole una per una; tu sei un essere umano prima ancora di essere un attore, un pittore, un musicista, uno scrittore e hai il preciso compito di nutrire il tuo pensiero con la prospettiva di una vita vissuta felicemente. Per vivere felicemente devi prima di tutto seguire un tuo cammino di contentezza. Come primo passo ti consiglierò di scaricare l’ebook “La via del contento”. È gratuito e ti permetterà di iniziare un percorso più specifico (se deciderai, per esempio, di seguire il blog o di riempire il questionario e candidarti a un percorso personale).

Non sto vendendo niente, non mi interessa. Ce l’ho la mia carriera, mi piace e mi appaga. Ogni tanto mi fa incazzare ma… lo abbiamo capito, no? Sto solo cercando di creare degli strumenti condivisibili dall’intera comunità artistica. Tutto quello che ti chiedo è di prenderti cura di te stesso e, se quello che scrivo, ti aiuta e pensi possa aiutare altri artisti, condividilo.

No, non sui social. Nella vita.