LA GOCCIA CINESE GENTILE (Ovvero: perché reagire ai ritardi nei pagamenti è importante)

Nell’ultimo articolo mi sono rivolto a chi, ricoprendo posizioni di comando di un’impresa che lavora con gli artisti, non si curi di essere puntuale nei pagamenti.

Questo perché sono convinto che sia prima di tutto necessario responsabilizzare i leader su una corretta condotta professionale.

Che poi i leader non leggano (ancora) il mio blog, è un fatto. Tuttavia la speranza è l’ultima a morire.

Adesso, però, faccio il mio lavoro e mi occupo di dare strumenti agli artisti per agire sull’ambiente e non farsi agire da esso.

Resterei ancora sull’argomento “soldi”.

Tutti gli artisti si confrontano prima o poi con la paura di rimanere senza soldi.

Questo per la natura stessa dell’opera dell’ingegno che, per quanto possegga un suo valore intrinseco proprio, non si tramuta necessariamente in un mezzo per vivere, salvo che qualcuno non l’acquisti.

La scarsa disponibilità finanziaria, insieme all’ambiente sfavorevole e alle relazioni insoddisfacenti, rappresenta una delle principali “interferenze esterne” nella vita di chiunque, in special modo di un artista che, per riuscire professionalmente, si trova spesso a sacrificare tutto il resto.

Mi viene in mente un brand di abbigliamento per danzatori che riporta il claim “non posso, ho danza”.

Eppure sono le cosiddette “interferenze interne” (scarsa autostima, paura del giudizio, scarsa autoefficacia) a non permetterci di prendere delle decisioni efficaci per proseguire sul nostro cammino di contentezza.

Certo, io non posso dire a te che leggi, quale sia il comportamento più giusto da adottare con una impresa che non sta riconoscendo economicamente il tuo lavoro secondo i patti; però potrei chiederti:

Come ti fa sentire essere privat@ del giusto compenso per il tuo lavoro?

Permettimi di proseguire ipotizzando un bivio: bene/male.

Se non essere pagat@ o essere pagat@ in ritardo ti fa sentire bene, puoi anche smettere di leggere l’articolo.

Se, in caso contrario, ti sei trovat@ nella situazione di non essere pagat@ nei tempi stabiliti e la circostanza ha minato la tua contentezza, ho una notizia per te: è sacrosanto!

In un mondo ideale potremmo dire: nessuna pietà per chi non paga!

Suona giusto come slogan, no?

Eppure io e te sappiamo che il nostro non è un mondo ideale, bensì un mondo controverso, difficile e stressante.

Pretendere di essere pagati al cospetto dei nostri committenti ci sembra un comportamento pericoloso perché temiamo di essere giudicati come dei rompiscatole o delle persone pignole o simili e questo nutre la paura di non essere richiamati in futuro.

La mia domanda è: tu vuoi essere richiamat@ in futuro da un committente che non ti paga o che ti paga quando può?

Perché, lascia che te lo dica, chi non paga una volta, a meno che non si scusi in anticipo e non sia conscio del fatto che ti sta causando un problema (chiaramente in questo caso sarà il tuo buonsenso a consigliarti), non lo farà nemmeno in futuro.

Chi causa il problema non vede il problema.

Prima di andare avanti, devo precisare tuttavia una cosa: si può anche lavorare gratis. Chi dice il contrario dice, a mio avviso, una cosa non vera. Un artista infatti può essere motivato ad accettare un lavoro per ragioni diverse dal denaro: soddisfazione personale, valore affettivo del progetto, crescita professionale, ecc…

Qui stiamo analizzando un fatto specifico: un committente che fa firmare un contratto e si assicura il tuo lavoro in cambio di una paga.

La paga non arriva? Nessuna pietà, dicevamo.

Un primo step può essere quello di rivolgersi a un avvocato o a un sindacato. 

Quello che però interessa a me è il lato umano della faccenda e come sfruttare la situazione negativa per la tua crescita personale.

Siamo creativi giusto? Manipoliamo le emozioni per lavoro e le trasformiamo in qualcosa, giusto? E se manipolassimo le emozioni per risolverci la vita?

Io penso che in ogni momento abbiamo la possibilità di reagire a quello che proviamo secondo i nostri interessi; il problema a volte è che l’istinto ci fa reagire secondo i nostri “princìpi”. Esempio: tu non mi paghi? Il mio principio è che sei un testa di cxxxo ed è giusto insultarti.

Ti domando: sei sicur@ di aver fatto il tuo interesse rispettando il tuo princìpio?

A volte reagire alle emozioni per proteggere i propri interessi è un lavoro impegnativo.

Immagina uno che ti punta la pistola in faccia. Immagina che il tuo interesse è vivere ma i tuoi princìpi (appresi) ti insegnano che devi reagire alla paura. Magari ti divincoli o cerchi di disarmare l’aggressore. Il risultato è… bang! Sei mort@.

Facciamo un passo indietro.

Facciamo che hai la pistola in faccia e un aggressore con lo sguardo minaccioso davanti a te. Immagina che decidi di reagire per sopravvivere e il primo step per ampliare le possibilità che questo accada è dire all’aggressore “bellissima la tua pistola, dove l’hai comperata?”.

Improbabile, non c’è dubbio. Tuttavia: impossibile?

No. Non è impossibile.

Usare la creatività per tramutare i presupposti di un conflitto in basi per dialogare è possibile.

Come ci si allena?

Un buon inizio è, appunto, chiamare le emozioni con il proprio nome.

Cosa provi di fronte a una persona che non ti paga il dovuto?

Ecco una lista di possibili risposte: rabbia, frustrazione, odio.

Ci sei? Bene.

Per quale motivo le provi? 

A questo punto sarai a un bivio: la rabbia è per la persona o per la situazione in cui sei? 

Scegli l’una o l’altra.

Probabilmente ti accorgerai che la rabbia (o l’odio) è più legata alla persona che ti mette nella situazione di svantaggio e non ha nulla a che fare con il tuo obiettivo bensì si lega a delle risonanze interiori molto più complesse ma che, al momento, non ti interessa analizzare.

Quel che ti interessa è: avere il tuo compenso.

Se ti chiedessi dunque di ripensare la situazione e di riportare l’attenzione sulle tue necessità, quali sarebbero le emozioni? Probabilmente dispiacere per te stess@, tristezza, desiderio di solidità. Senz’altro emozioni meno violente cui reagire e più “circostanziate”.

Su cosa vuoi agire? Cosa è più importante per te? Prenderti la soddisfazione di dirgliene quattro a quegli assassini della paga o occuparti di curare il tuo dispiacere e il tuo interesse a tornare content@?

Facciamo finta che alla prima opzione (quella che chiamerei del “ti piglio a parole”) siamo già allenati.

Proviamo con la seconda: io mi occupo di curare il mio dispiacere.

Prima di tutto per farlo, devo recuperare la sensazione di poter agire sulla situazione. 

Proviamo a ragionare “senza rabbia”, in maniera schematica:

Cosa voglio? Voglio esser pagato.

Come lo otterrò? Prendendomi cura del mio desiderio di solidità.

Già a questo punto ti chiedo: quanto è d’aiuto (per lo meno in questa prima fase) il tuo desiderio di rivalsa nei confronti dell’impresa disonesta da 1 a 10? 

Quando avrai ricomposto i pensieri e saprai visualizzare il tuo obiettivo semplice (essere pagato) separatamente dall’obiettivo complesso (dirgliene quattro a Mister Nonpago, ottenere i danni, ecc…), dovresti essere in grado di visualizzare una possibile “azione numero 1”[1].

Qual è la prima cosa che puoi fare per aderire al tuo desiderio di avere quello che ti spetta? Quali mezzi dialogici hai a disposizione prima di arrivare in tribunale? Soprattutto: perché dovresti volerlo fare senza l’aiuto di un avvocato?

Secondo me una ragione valida è che, se la guerra si può evitare, si evita, giacché porta con sé molte sensazioni sgradevoli. Chi ha voglia di sensazioni sgradevoli oggi? 

Ora potrei dirti che un buon “calcio d’inizio” è la distinzione tra l’essere umano e la persona professionale. 

Ebbene sì. Immaginare che dietro quell’animale che non ci paga c’è un essere umano con una madre, dei desideri e delle paure è arduo quanto fare il cammino di Santiago in ginocchio.

Eppure quello è il nostro punto di forza, che ci piaccia o no.

Mi rendo conto, tuttavia, che è un po’ difficile arrivare al pieno dominio delle proprie emozioni/reazioni solo con il ragionamento.

Se non fossi riuscit@ da sol@ a trovare la tua prima azione numero 1 te ne suggerisco una io: SCEGLI L’EDUCAZIONE.

Non sai quanto è difficile rispondere picche a una persona educata.

Una prima strategia facilmente attuabile è quella che chiamo: LA GOCCIA CINESE GENTILE.

Non appena avverti che qualcosa non va nel verso giusto (un ritardo, una comunicazione poco chiara o distratta, una risposta ineducata da parte dell’impresa o da chi la amministra), proponiti con un’azione concreta. 

L’importante è non “abbozzare”. Quello è il momento in cui il meccanismo si inceppa. Abbozzare significa educare il committente alla tua arrendevolezza. Abbozzare significa obbedire all’interferenza della paura.

Agire immediatamente come una goccia cinese gentile. Questa è una via.

“Immediatamente” è, infatti, la parola chiave. Non giova aspettare che le “cartacce si accumulino”. Conviene gettare subito via il superfluo. E temporeggiare nella speranza che la situazione si risolva da sola è superfluo. Non serve il tuo bisogno.

Oggi, per esempio, abbiamo a disposizione la e-mail. Uno splendido mezzo di comunicazione veloce ed efficace. Tu dirai: “sai quante volte ho mandato e-mail a cui non ho ricevuto risposta”? E io ti dirò: “Sei stat@ una goccia cinese gentile”?

Cosa conteneva la tua e-mail? Quali emozioni? Quali reazioni e quali azioni? A chi si rivolgeva, all’essere umano o alla persona professionale? Quante volte nella tua e-mail hai scritto parole come “gentilmente, per favore, grazie”? Quante volte hai usato il condizionale per dire “avrei bisogno di, sarebbe necessario per me, mi occorrerebbe”? Quante volte hai iniziato la e-mail in maniera immediata, senza girare intorno alle parole, curando di non suonare offensiv@? 

E ora ti chiederò: quante e-mail hai mandato prima di arrenderti?

Questo è un dato veramente molto importante perché indica la misura della tua perseveranza. E la perseveranza non va a braccetto con la paura, anzi: la teme!

Serve aver paura di insistere quando siamo gocce cinesi gentili? Chi potrà mai ritenerci dei rompiscatole quando siamo gocce cinesi gentili nel chiedere quello che ci spetta?

Ancora una volta la differenza sta nel tempismo con cui si inizia ad intavolare il dialogo.

Tante volte ho la sensazione che parte del problema risieda nel fatto che gli artisti non pagati secondo i patti reagiscano più facilmente alla paura che al desiderio.

La paura (e il tempo che passa) rinforza la percezione erronea, nel datore di lavoro impreciso, che quella paga non la meritate tutto sommato.

La brutta notizia è che le e-mail da sole potrebbero non bastare.

Nel qual caso occorrerà iniziare con delle raccomandate. Poi si passerà alle vie legali. La vera sfida sarà conservarsi gentili e concentrarsi sul proprio obiettivo appoggiandoci al desiderio e non alla paura. Trasformare il cammino di giustizia in missione per sé stessi e per il proprio benessere, piuttosto che in una spedizione punitiva.

Prima ancora di avvalerci della legge, ho la sensazione che sia ancora possibile tentare altre strade. Credo che come artisti OGGI dovremmo anzitutto riappropriarci della nostra capacità creativa e utilizzarla nel dialogo. Possiamo essere davvero esemplari in questo, se lo vogliamo.

Immaginate un mondo dove tutti gli artisti si riuniscano in un esercito di gocce cinesi gentili. 

Io dico che possiamo educare al rispetto dei patti. Credo che parte della responsabilità sia nostra. Credo che non ci sia un minuto da perdere. Credo che chi è scorretto lo sia perché si sente autorizzato ad esserlo. Desistiamo quindi dal dispensare “autorizzazioni” e rimettiamoci a fare “azioni”. Piccole, gentili, significative azioni.


[1]La definizione di “Azione numero 1” la puoi trovare sul mio e-book LA VIA DEL CONTENTO scaricabile gratuitamente dal sito.

CHIAMATE I RINFORZI (POSITIVI)

CHIAMATE I RINFORZI (POSITIVI)

Mi pare di ricordare che Freud abbia scritto da qualche parte che l’opera d’arte è creata due volte: quando l’artista la produce e quando l’osservatore ne fruisce. 

A condimento di questa romantica corrispondenza d’amorosi sensi, vorrei aggiungere che l’artista, invece, si ricrea due volte: quando qualcuno coglie la sua arte e, in seconda battuta, quando qualcuno gliela paga.

Intendiamoci, non deve essere quello lo slancio primario di un artista. Egli, infatti, si accende con la creatività, l’ispirazione e la poesia. 

Stupendo.

Poi però, a un certo punto, ha fame.

Quando ero piccolo e guardavo i divi di Hollywood in tv, mi chiedevo che cosa facessero una volta finito il film. Mia nonna, impegnata nel punto croce, decise un giorno di svelarmi l’arcano: “Andranno a mangiare”.

E meno male! Perché mi mancava questo passaggio in cui l’artista ridiventa un essere umano con gli stessi identici bisogni di qualunque altro essere umano.

Se è vero che le emozioni sono gli “ortaggi” degli artisti è pur vero che qualcuno deve preoccuparsi di procurare loro gli strumenti per cucinarli e, infine, tener conto che, a minestrone finito, c’è da passare in cassa per il conto.

Il paradosso dell’artista è proprio questo: è una specie di lavoratore dipendente ma a progetto. In altre parole, per continuare ad usare la metafora vegetale, raccoglie il cetriolo due volte. Sapete no? Che fine fa il cetriolo quando cade…

Cioè: l’artista è autonomo, in quanto possiede le risorse dentro di sé per creare e realizzare un progetto (un vaso, un quadro, una recita, una canzone, una sonata al chiaro di luna); è dipendente in quanto, se nessuno compra quel progetto, la sua arte ha un indubitabile valore sentimentale che tuttavia non si scambia con le mele al mercato (men che meno con un mutuo in banca).

Non sono ancora arrivato al punto.

Quanto detto finora è risaputo. Sono gli incerti del mestiere. Sono gli ostacoli calcolati. 

Il punto è che questa sottile favola dell’arte, questo scompenso che crea il bisogno e che lo risolve con la “musa di fuoco”, questa romantica opportunità del generoso mecenate che coglie il potenziale del tuo genio, si infrange come un mare di plastica su una spiaggia Hawaiana quando il mecenate in questione si dimentica o sottovaluta un momento tanto importante per l’artista quanto cogliere l’ispirazione tra le nuvole dei propri pensieri: il bonifico.

Possiamo riderci, possiamo arrenderci o… possiamo riflettere su cosa accade quando si presenta questa situazione.

L’artista che non riceve per tempo (sottolineo: PER TEMPO!) il compenso pattuito, riceve un cosiddetto “incentivo mancato” e comincia ad accantonare un’informazione deleteria, che io chiamerei “rinforzo”.

Il concetto di “rinforzo” deriva  dalla psicologia comportamentista. Alcuni studiosi, attraverso esperimenti sugli animali (spesso i cani), avevano notato che un determinato comportamento tende a ripetersi nel tempo se gli effetti sono positivi per il soggetto, mentre tende ad estinguersi in caso contrario, cioè se le conseguenze sono negative. Ciò che porta, quindi, ad un incremento del comportamento si definisce “rinforzo”. 

In poche parole, pensate al biscottino che si dà al cane quando ha fatto la capriola o è passato attraverso il cerchio. Quel biscottino è l’incentivo a perpetrare il comportamento virtuoso.

Allo stesso modo pensate a un ragazzino cui viene tolto un benefit (tipo il computer) perché non studia. Nel tempo potrebbe imparare a studiare per guadagnarsi la ricompensa dell’agio.

Ora spiegatemi il senso di togliere a un artista il benefit del compenso (dovuto peraltro) dopo aver svolto, magari egregiamente, il proprio lavoro.

Capite le conseguenze di questo meccanismo malato sulla mente di un artista? 

L’artista impara nel tempo che per il lavoro svolto non gli si deve nulla. 

O che, nella più rosea delle ipotesi, gli arriva il pagamento con comodo da imprese che immagino siano convinte che l’artista, nel frattempo, si prostituisca o spali la neve nei vialetti.

Per quale motivo dunque un artista dovrebbe percorrere una via virtuosa di pratica, auto-miglioramento, studio se questa poi porta al nulla?

Non capirò mai gli esseri umani in posizione di leadership di un’impresa artistica che sottovalutano l’ovvio incentivo dello stipendio; quelli che pagano quando possono; quelli che pagano quando gli va; quelli che pagano quando ce li hanno. Che ormai sono pressoché tutti. 

I mecenati virtuosi sono troppo pochi per cambiare la percezione della realtà. 

Dove stiamo pensando di andare esattamente? Quali saranno nel tempo le conseguenze di questo comportamento? 

Secondo me, e sta già accadendo, succederà che molti bravi artisti si arrenderanno a lavorare per imprese “meno artistiche” ma più puntuali; succederà che molti artisti di valore se ne andranno in altri paesi, spogliando di risorse il nostro; succederà che molti artisti si cercheranno lavori alternativi, più solidi finanziariamente, e faranno gli artisti a tempo perso e chi paga a spruzzi si sarà reso responsabile del soffocamento di preziosi aliti di vita.

Parlo a tutti coloro che si rivolgono agli artisti per “comprare” il loro tesoro: non sottovalutate il valore dell’incentivo, qualunque esso sia (a volte anche trattare un artista con umanità e non come se fosse un rompicoglioni, è un incentivo); la merce dell’artista è rara e sacra e va pagata o, almeno, barattata. Se non col denaro, con la cura. Con il rispetto. Con un “perdonami se ti sto facendo patire. Ti capisco e ti ringrazio per la pazienza”. 

Basta poco.

Poi, però, fate pure il bonifico.