Dedicato a Manuel

Prima di proseguire nel mio percorso di contentezza e prima di condividere qualunque spunto o altra riflessione su come migliorare la propria percezione degli eventi, devo fare una considerazione apparentemente banale ma importante: non c’è rimedio alla morte.

Me lo ha ricordato la recente scomparsa di un artista che ha condotto la propria esistenza più che felicemente: Manuel Frattini.

Non ricordo nemmeno dove ci siamo incontrati la prima volta, fatto sta che da un certo momento in poi ho cominciato a percepire che nell’ambiente del teatro musicale nostrano c’era una sorta di punto cardinale con cui orientarsi. 

Manuel era una calamita orientata ad attirarsi affetto. Cosa che a me, specie agli inizi, non era mai riuscita facile.

Mi abbracciò senza conoscermi bene, superando timori relazionali e regalandomi l’emozione di essere benvoluto. Accadeva dopo una replica di “Priscilla, la regina del deserto”.

Per quello stesso spettacolo ricevetti il Premio Massimini dalle sue mani, sul palco del teatro Rossetti di Trieste. La serata era presentata da un altro esemplare artista scomparso, Paolo Limiti.

Ricordo che presi la targa appioppandogli il microfono, senza colpo ferire. Dopodiché percepii il suo sorriso alle mie spalle, un po’ fuori dallo spot di luce e mi parve che qualche cosa fosse fuori posto.

Mi scusai con lui per avergli dato il microfono e per averlo lasciato un po’ “al buio”. Mi sentii uno sciocco presuntuoso ma lui non scompose mai il proprio sorriso, neppure per un secondo.

Qualche tempo dopo, fuori dal teatro Nazionale di Milano, avemmo una conversazione in cui gli dissi che avevo visto Crazy for you e che mi auguravo che un giorno qualcuno glielo facesse fare.

“Sarebbe un sogno” mi disse lui.

Poi mi disse: “Certo che un giorno mi piacerebbe tanto arrivare a fare un personaggio come Bernadette”.

“Mai dire mai” dissi io.

Non c’erano filtri. Cuore a cuore. Normale. Naturale. Niente sfondi.

Immaginate quanto fui contento quando seppi che avrebbe fatto Crazy for you.

Non solo.

Immaginate quanto fui contento quando ricevetti la sua telefonata in cui mi annunciava che lo avevano chiamato per fare il provino di Priscilla.

Lui mi chiese che cosa ne pensassi.

“Io penso non solo che dovresti farlo, ma che troverai anche il tuo modo di farlo e che le persone ti ameranno come sempre”.

Perché questa era la sua forza, al di là delle sue doti artistiche: Manuel era amato dal pubblico così come dai colleghi.

La scorsa stagione non mi sentivo pronto ad andare a vedere Priscilla al Brancaccio, per svariati motivi. Lui capì, “anzi” mi disse “ti dico la verità, avrei anche un po’ di ansia se venissi”.

“Fa niente Manuel, ti vedrò la prossima stagione”.

Adesso è la prossima stagione. 

Manuel non c’è più. 

Manuel non c’è più? 

Non posso accettarlo.

Non mi pento di non essere andato a vederlo, perché so dentro di me che è giusto.

Se mi pento di qualcosa è di tutte le volte in cui ho offeso la mia professione, non apprezzandola.

E se continuassi a farlo allora Manuel davvero non ci sarebbe più. 

Manuel c’è eccome. C’è il suo esempio. C’è una via che ci ha mostrato e da cui abbiamo il dovere di apprendere.

Non è sempre facile, vi dirò, anzi: quasi mai.

Che forse Manuel non ha avuto problemi nella vita? Dubbi? Giornate no? Momenti di insicurezza? Momenti di crisi finanziaria? Faccio fatica a crederlo. 

Allora perché sembrava che per lui fosse facile?

Perché prima della danza, del canto, della recitazione, aveva in sé un’incrollabile resilienza.

Perché non ha mai permesso a niente che fosse fuori di sé di interferire con la propria contentezza di fare ciò che faceva.

D’altr’onde cosa ci rende contenti? La fama? I soldi? Il successo? Se così fosse, come si spiegano tutte le star di Hollywood con problemi di dipendenza da droghe e alcol e con sindromi depressive?

No, non credo. 

Io credo che Manuel fosse aggrappato con tutte le forze al piacere che provava stando in scena, vivere nella “famiglia teatrale”, condividere ansie e gioie. In altre parole aveva il controllo delle proprie emozioni. 

Conoscere le proprie emozioni significa “galopparle” e non lasciarsi agire da esse.

Possiamo immaginare, scrivere poesie, inventare cose, perché abbiamo appreso il dominio delle emozioni e, se lo vogliamo, possiamo avere la meglio sull’istintività e sui messaggi del corpo.

Allora, da quando Manuel non c’è più, cerco ogni giorno di imparare qualcosa da lui.

Mi è capitato proprio di recente di sentire di essere vicino a cedere a un momento di tristezza mentre lavoravo.

Ho pensato a Manuel.

Non ho ceduto. Sono rimasto immobile, non ho trasformato l’emozione ma, almeno, non ho ceduto.

Qualche giorno dopo ho finalmente cominciato a capire come si fa.

In un momento critico, in cui il “vecchio me” avrebbe ceduto alla rabbia, ho nuovamente pensato a Manuel. L’energia accumulata si è incanalata da un’altra parte, un luogo diverso dal banale “reagire all’ira”. Il luogo scelto è stato… scoppiare a ridere. 

Buttato per terra, mi è parso improvvisamente tutto così buffo. Ho pensato che forse non era professionale, che non era da me. Ho pensato che in fondo ho cercato sempre di essere inappuntabile sul lavoro anche a scapito dell’atmosfera. Ho pensato che essere sempre rigidamente attaccati ai propri schemi è da scemi. E ho pure pensato che la vita è una ed è troppo breve per rinunciare alla possibilità di riderci su. 

Non è automatico. È un esercizio. Quotidiano.

Ho riso. Alle lacrime. Soffocavo dal ridere. E sentire che i miei colleghi ridevano insieme a me, mi ha dato una gioia enorme. 

Ho riso io. 

Hanno riso gli altri. 

E, ne sono certo, ha riso anche Manuel.

Tutta colpa di Churchill

Introduzione sul percorso dell’artista contento.

“Sangue, lacrime e sudore”. L’ho sentito dire di ogni professione artistica. Il teatro è “sangue, lacrime e sudore”; la danza è “sangue, lacrime e sudore”; la scultura è “sangue, lacrime e sudore”.

Ho riflettuto spesso su quest’espressione e al culmine dei miei pensieri sanguinanti, lacrimati e sudati mi viene in mente un’altra espressione d’uso piuttosto comune: che palle!

Vogliamo dirlo tutti insieme? Uno, due e tre: che palle! Basta con questa visione sofferta dell’arte. Basta con la visione dell’artista bohemien, affranto perché non mangia, col volto solcato dalle rughe e dalla magrezza, con gli abiti neri e bianchi, che magari cammina scalzo per le vie di Parigi. 

Prima di tutto perché questa frase non c’entra niente con l’arte: è una frase di Churchill (che, peraltro, pare l’avesse copiata a Garibaldi che, pare l’avesse copiata a Cicerone); secondo, perché se penso a Michelangelo che scolpisce la Pietà penso che sì, sicuramente una scalpellata sulle nocche se la sarà data e sì, magari ci ha sudato sopra perché aveva vent’anni e a vent’anni si suda di più che a quaranta e sì, magari quando l’ha finita avrà pianto di gioia. Tuttavia non credo che mentre scolpiva una tale meraviglia, Michelangelo fosse triste. Te lo immagini Michelangelo un po’ depresso? “Scusate, devo scolpire per curare la mia tristezza”. E sarebbe venuto fuori quel capolavoro? Ma dài! 

No. Secondo me Mickey era proprio felice mentre scolpiva.

Non sto dicendo che non abbia avuto momenti bui nella propria vita ma siamo d’accordo nel dire che le giornatacce le abbiamo tutti.

L’atto creativo è un atto felice. Intendiamoci: c’è una quota di frustrazione, di insoddisfazione e di rabbia che a volte si installa nella pratica artistica senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Ed è lì che casca l’asino d’oro! Quando facciamo diventare le emozioni sgradevoli il pretesto per lasciarci andare al pessimismo cosmico-pervasivo.

Perché le chiamo emozioni sgradevoli e non negative? Perché, secondo me, non esistono le emozioni negative. Le emozioni hanno tutte un motivo valido per esistere e un proprio sapore. Come il tea. Qualcuno lo trova sgradevole, ma raccontalo agli inglesi! Il tea può essere buono. Con un goccio di latte magari. Se è agrumato, come l’Earl Grey, ci sta bene anche il limone. Ma non me la sento di dire che il tea è cattivo. Il tea può essere buono.

Quand’è che diventiamo artisti scontenti? Quando lasciamo che il processo della pratica artistica, con le sue immancabili contraddizioni, pervada la nostra intera esistenza. La nostra vita diventa improvvisamente “mancanza”. Mancanza di soldi, di perfezione, di chi crede in noi, di legami stabili, di giustizia.

Eppure ci sono gli artisti contenti. Quali sono, guarda caso? Quelli che hanno seguito la via della contentezza, che hanno obbedito ai propri valori, come l’amore per il prossimo o per gli animali, il desiderio di una famiglia o, anche, la prosperità, perché no? 

L’arte ha bisogno di una bussola. Se ci orientiamo alla tristezza, all’impossibilità, alla rabbia, ci esponiamo costantemente alle emozioni sgradevoli. 

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei pres@ cura di te e non l’hai fatto pensando alla tua arte? Quando è stata l’ultima volta che ti sei interessat@ a coltivare un’attività che non ha niente a che fare con la tua arte? Soprattutto: pensi che allontanandoti un attimo dalla tua arte, qualcuno te la potrà nel frattempo sottrarre?

Se vuoi un matrimonio felice con la tua professione artistica, mollala ogni tanto e vivi. Perché la tua arte ti ama e non si aspetta che tu dia la vita per lei. La odierai se sacrifichi tutta la tua vita per lei e lei odierà te.

Il motivo per cui mi preoccupo per te, caro artista, è che sei stato tirato su in un mare magnum di convinzioni distorte (“sangue, lacrime e sudore” è solo la punta di un iceberg) e non ti biasimo se a volte giustifichi le tue sconfitte con l’idea che essere un artista è difficile. La buona notizia è che probabilmente la pensa così anche un dentista, o un avvocato o una casalinga. Soltanto che tu hai una funzione sociale molto delicata: mostrare agli altri quello che hanno bisogno di vedere e non possono vedere se non c’è un atto creativo di mezzo. Quindi, prima di tutto, devi conservarti autentico per poter dare un contributo che sia utile e ricordato. Oggi la società ha bisogno di artisti contenti, che siano in grado di produrre riflessioni sublimi sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, senza demonizzarli. Io farò del mio meglio per aiutarti a scollarti di dosso tutte le convinzioni che ti condizionano, smontandole una per una; tu sei un essere umano prima ancora di essere un attore, un pittore, un musicista, uno scrittore e hai il preciso compito di nutrire il tuo pensiero con la prospettiva di una vita vissuta felicemente. Per vivere felicemente devi prima di tutto seguire un tuo cammino di contentezza. Come primo passo ti consiglierò di scaricare l’ebook “La via del contento”. È gratuito e ti permetterà di iniziare un percorso più specifico (se deciderai, per esempio, di seguire il blog o di riempire il questionario e candidarti a un percorso personale).

Non sto vendendo niente, non mi interessa. Ce l’ho la mia carriera, mi piace e mi appaga. Ogni tanto mi fa incazzare ma… lo abbiamo capito, no? Sto solo cercando di creare degli strumenti condivisibili dall’intera comunità artistica. Tutto quello che ti chiedo è di prenderti cura di te stesso e, se quello che scrivo, ti aiuta e pensi possa aiutare altri artisti, condividilo.

No, non sui social. Nella vita.